SENTIREASCOLTARE, RECENSIONE DEMO 2005

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Ecco quello che si dice un demo. Tre pezzi dimostrativi, tre cartucce sparate con foga (se non con precisione) di un arsenale che – a sentire la band – può contarne già una ventina. I Rumori Dal Fondo sono duo lombardo che sembra piantare il centro di gravità in quella linea d’ombra che vide i Radiohead transitare dalle forme irruenti e ingenue di Pablo Honey alla frenesia apocalittica di The Bends, ovvero circa dalle parti dell’ep My Iron Lung. Non si tratta solo di questo, ci mancherebbe, però è principalmente a quell’oggetto semi-oscuro che viene da pensare ad esempio di fronte all’impeto spigoloso/spinoso di Traiettorie, e potremmo dire lo stesso per il valzer screziato d’amara ebbrezza di La rapina.

Completano il quadro di riferimenti la veemenza obliqua e accorata degli Scisma, certi sussulti melodici come la Ginevra di Marco più umorale, i Pearl Jam più funkeggianti e “oscuri”, e finalmente – e innanzitutto – un’emotività dolente molto Marlene Kuntz, il cui spettro ossuto pervade il tre quarti sincopato di Dentro le tue stanze. Pezzo quest’ultimo dal DNA sorprendente, se è vero che tra cupezze Marlene coniugate Smog, incandescenze emo e barbagli post si fa largo un ispessimento ritmico/timbrico (sono archi o tastiere o cosa quella nebbia bituminosa nel finale?) dalle neanche troppo vaghe ascendenza prog. Curioso poi come nella parte conclusiva di La rapina, un po’ per l’ostinazione del basso un po’ per la stilizzazione dei watt, tutto sembra convogliare dalle parti di un soul meccanico, artificioso, straniante, ossificato da memorie wave per non dire kraut. Insomma, ti si spostano un po’ di coordinate sotto i piedi che neanche te ne accorgi, quasi che i RDF fossero qualcosa in più che la solita ragazzata con un bel sogno nel cassetto e in tasca un ferreo progetto di emulazione/dissimulazione. Ciò che effettivamente potrebbero sembrare, almeno ad un primo ascolto.

Resta da dire che la voce non è eccelsa, indugia su registri un po’ Subsonica un po’ Verdena (quelle lamentose e non certo vigorose espettorazioni), ma ha dalla sua una certa sincerità. Quanto ai testi, che alludono a distanze, dissoluzioni, perdizioni, incastri e collisioni dentro scenari di (iper)modernità cupa, sono piuttosto buoni e possono migliorare (un pizzico di sano cinismo a compensare l’attitudine melò, ad esempio, non guasterebbe).

Aspettiamo altre dimostrazioni. (6.7/10)

di Stefano Solventi

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